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19 Januar 2012, 13:15
La Chiesa deve ritrovare lo spirito della ‘Ecclesia militans’

Roberto de Mattei e la ‚Storia mai scritta’ del Concilio Vaticano II. Le radici della crisi della fede. Il Rito Gregoriano – la risposta più efficace alla sfida del secolarismo laicista. Di Armin Schwibach
Roma (kath.net/as) Lo storico romano e pubblicista Roberto de Mattei, nato nel 1948, è un eminente intellettuale cattolico italiano. De Mattei insegna Storia della Chiesa e del Cristianesimo all’Università Europea di Roma, dove è coordinatore della Facoltà di Scienze Storiche. È Vice Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche e membro dei Consigli direttivi dell’Istituto Storico per l’Età moderna e contemporanea e della Società Geografica Italiana. Collabora inoltre con il Pontificio Comitato di Scienze Storiche e ha ricevuto dalla Santa Sede l’insegna dell’ordine di San Gregorio Magno, come riconoscimento del suo servizio alla Chiesa.

Nel 2010 de Mattei ha pubblicato una grande ricerca storica incentrata sul Concilio Vaticano II (“Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta“, Edizioni Lindau) recentemente tradotta anche in lingua tedesca („Das Zweite Vatikanische Konzil – eine bislang ungeschriebene Geschichte“, 2011, Edition Kirchliche Umschau). L’opera offre “il contributo non del teologo, ma dello storico, attraverso una rigorosa ricostruzione dell’evento, delle sue radici e delle sue conseguenze, basata soprattutto su documenti di archivio, diari, corrispondenze e testimonianze di coloro che ne furono i protagonisti”. Benché si tratti di un’opera di grande spessore scientifico, il libro riesce a coinvolgere il lettore non senza provocare una certa tensione: risulta difficile sottrarsi al fascino di questa “storia non scritta”.

Roberto de Mattei è uno di quegli intellettuali cattolici legati alla Tradizione, senza per questo poter essere etichettato e quindi messo in un “angolo ideologico” apparentemente ben definito. Pensatori come de Mattei necessitano della fondazione di un nuovo concetto in grado di riassumere nel modo migliore i molteplici sviluppi degli ultimi anni all’interno della Chiesa: de Mattei è un “tradizionista”, non un tradizionalista. Attingendo al grande respiro della tradizione e con un profondo legame alla Sede Apostolica e al Pontefice, lo storico non esita a parlare in modo chiaro ed inequivocabile quando si tratta di affrontare con schiettezza l’attuale crisi della Chiesa. Come per Benedetto XVI questa crisi è per lui una crisi della fede, determinata dall’eclissi di Dio nella cultura contemporanea, che lo storico affronta con la sua scienza con l’intento di indicare una via, di porre pietre angolari per il cammino verso una vera riforma.

Nel corso di un lungo colloquio, Roberto de Mattei ha spiegato le sue intenzioni di base ed indicato nuove prospettive per il futuro.



Professore, perché un libro sul Concilio Vaticano II? È Sua intenzione riscrivere la storia del concilio o intende semplicemente raccontarla in modo diverso? Quale è il metodo da Lei usato? Perché si tratta di “storia non scritta”? In che cosa consiste, invece, per Lei la “storia scritta”?

de Mattei: Perché una storia mai scritta? Perché l'unica storia fin qui scritta, o meglio fin qui pubblicizzata, fino al punto di presentarla come la storia per eccellenza, sono i cinque volumi curati dal prof. Giuseppe Alberigo - discepolo di don Giuseppe Dossetti - che raccolgono i contributi della cosiddetta “Scuola di Bologna”. L'opera di Alberigo è tendenziosa perché presenta il Concilio come l'alba di un'epoca nuova della Chiesa, la purificazione della Chiesa dal passato, la sua liberazione dalla Tradizione. Contro questa storia tendenziosa non basta affermare – come spesso si limitano a fare le gerarchie ecclesiastiche – che i documenti del Concilio devono essere letti in continuità e non in rottura con la Tradizione.

Quando nel 1619 Paolo Sarpi scrisse una storia eterodossa del Concilio di Trento, non gli furono contrapposte le formule dogmatiche di Trento, ma gli fu opposta una storia diversa, la celebre “Storia del Concilio di Trento” scritta per ordine del Papa Innocenzo X, dal cardinale Pietro Sforza Pallavicino (1656-1657): la storia infatti si combatte con la storia, non con la teologia. Con il mio libro spero di avere aperto la strada per “riscrivere” in maniera vera e oggettiva quanto è accaduto, non solo nei tre anni in cui si svolse il Concilio Vaticano II, dall'11 ottobre 1962 all'8 dicembre 1965, ma negli anni che lo precedettero e in quelli che ad esso immediatamente seguirono, l'epoca del cosiddetto “postconcilio”.

Quali sono stati i risultati principali del concilio dal punto di vista teologico, dottrinale e di vita della fede? Come sono cambiati lo stile e la proposta dell’annuncio cristiano?

de Mattei: Giovanni XXIII, aprendo il Concilio Vaticano II, affermò che esso era un Concilio pastorale e non dogmatico, perché si proponeva di presentare con un nuovo linguaggio pastorale l’immutabile dottrina della Chiesa cattolica. L'esigenza di trovare un nuovo linguaggio per il mondo nasceva, e non poteva che nascere, dal desiderio di dilatare la fede. Il fine era dunque pratico ed è dai risultati pratici che si deve giudicare se i mezzi per raggiungere il fine siano stati efficaci ed adeguati. I fatti purtroppo ci dicono che il Concilio non ottenne i risultati che si era prefisso. Da qui nasce il cosiddetto problema ermeneutico: qualcosa “è andato storto”.

Concilio “tradito” (da Paolo VI), come ritiene la scuola di Bologna? Concilio “male applicato” come ritengono molti conservatori? O Concilio che nel linguaggio che aveva adottato ebbe la causa del suo fallimento, come ritiene una corrente di pensiero che qualcuno ha definito “romana”, non tanto in contrapposizione a quella di Bologna, quanto per il suo attaccamento alla Sede Romana. Io appartengo a questa scuola e penso che il cambiamento dello stile e della proposta dell’annuncio cristiano, nel senso di un adattamento alla cultura del XX secolo, non abbiano giovato alla Chiesa che avrebbe, al contrario, dovuto “sfidare” il mondo, senza timori e complessi.

Da quando il Santo Padre Benedetto XVI, nella sua allocuzione in occasione della presentazione degli auguri natalizi il 22 dicembre 2005, ha parlato dell’opposizione tra una “ermeneutica della riforma” ed una “ermeneutica della discontinuità e della rottura”, questi due concetti determinano la discussione sul concilio e sulle sue conseguenze. Un problema per la “ermeneutica della riforma” consiste nella distinzione tra l’”evento” del concilio – insieme alla storia che lo precede – e la “produzione” del concilio.

Può esistere una dicotomia tra gli insegnamenti e le dottrine del concilio e i fatti che li hanno generati? Se tale distinzione non è lecita, quali sono le conseguenze?


de Mattei: E’ lecito distinguere, ma non separare, i due aspetti del Concilio, i documenti dottrinali e l’evento. Sui primi si pronunciano i teologi, sul secondo gli storici . Il fine ultimo è il medesimo, ma il metodo di indagine si applica, nel caso della storia alle verità di fatto, nel caso della teologia alle verità di fede. La fede deve illuminare i passi dello storico, soprattutto quando oggetto della sua indagine è la Chiesa, ma le questioni che lo storico deve porre e le risposte che deve dare non sono quelle del teologo né del Pastore. La pretesa di valutare un lavoro storico con categorie attinenti ad altre discipline costituisce dunque non solo un errore epistemologico ma anche, sul piano morale, un giudizio temerario, conseguente a un “a priori” ideologico.

Mi è stato rimproverato di trascurare i documenti del Concilio o di interpretarli in chiave di discontinuità con la Tradizione della Chiesa. Ma l'interpretazione dei documenti del Concilio spetta ai teologi e al Magistero della Chiesa. Ciò che io ricostruisco è il contesto storico in cui quei documenti videro la luce. E dico che il contesto storico, l'evento, ebbe un influsso nella storia della Chiesa non minore del Magistero conciliare e postconciliare: si pose esso stesso come Magistero parallelo, condizionando gli eventi.

Sono convinto dunque che sul piano storico il post-Concilio non si può spiegare senza il Concilio, così come il Concilio non si può spiegare senza il pre-Concilio, perché nella storia ogni effetto ha una causa e ciò che avviene si inquadra in un processo, che spesso è addirittura plurisecolare e tocca non solo il campo delle idee, ma quello della mentalità e dei costumi.

A nessuno dovrebbe essere sfuggito che la Chiesa negli ultimi 50 anni vive un tempo drammatico di crisi. Secondo Lei, quali sono le cause di questa crisi? Il concilio può essere considerato “causa principale” dell’obnubilamento della fede cattolica?

de Mattei: La crisi esiste ed è, a mio parere, più profonda di quanto si possa immaginare, ma il Concilio non può essere considerato come la sua unica causa. I mali della Chiesa precedono il Concilio, lo accompagnano e, naturalmente, lo seguono. Questi mali in Concilio non sono nati, ma esplosi.

Non a caso il mio libro non si apre con la data di inizio del Concilio Vaticano II ma col modernismo e con l’analisi degli errori teologici e intellettuali affiorati nei pontificati compresi tra quello di Pio X e Pio XII. Il modernismo, duramente colpito e combattuto da san Pio X, dopo essere apparentemente scomparso, è pian piano riemerso nella storia della Chiesa, e con sempre maggiore prepotenza, fino a sfociare nel Concilio Vaticano II.

La pretesa di rimuovere dal Concilio ogni responsabilità della crisi presente, per addossarla solo a una cattiva lettura dei suoi documenti mi sembra un'operazione intellettuale che va contro la storia e che non rende neppure un buon servizio alla Chiesa. Chi sarebbe responsabile infatti di questa cattiva interpretazione dei documenti se non i Papi successivi al Concilio che l'hanno permessa?

Un punto nodale della discussione sul concilio può essere individuato nella definizione di “Tradizione”. A Suo avviso qual è il rapporto tra Magistero e Tradizione?

de Mattei: Benedetto XVI, nel recente documento “Verbum Domini”, ha definito la Tradizione, assieme alla Scrittura, “suprema regola della fede”. Nella Chiesa infatti, la “regola della fede” non è né il Concilio Vaticano II, né il Magistero vivente contemporaneo, in ciò che esso ha di non definitorio, ma la Tradizione, ovvero il Magistero perenne, che costituisce, con la Sacra Scrittura, una delle due fonti della Parola di Dio. Essa è infallibilmente insegnata dal Papa e dai Pastori a lui uniti e creduta dal popolo fedele, con l'assistenza dello Spirito Santo.

Non c’è bisogno di scienza teologica per comprendere che, nel malaugurato caso di contrasto – vero o apparente – tra il “Magistero vivente” e la Tradizione, il primato non può che essere attribuito alla Tradizione, per un semplice motivo: la Tradizione, che è il Magistero “vivente” considerato nella sua universalità e continuità, è in sé infallibile, mentre il cosiddetto Magistero “vivente”, inteso come la predicazione attuale della gerarchia ecclesiastica, lo è solo a determinate condizioni. La Tradizione, infatti è sempre divinamente assistita; il Magistero lo è solo quando si esprime in modo straordinario, o quando, in forma ordinaria, insegna con continuità nel tempo una verità di fede e di morale.

Il fatto che il Magistero ordinario non possa insegnare costantemente una verità contraria alla fede, non esclude che questo stesso Magistero possa cadere per accidens in errore, quando l’insegnamento è circoscritto nello spazio e nel tempo e non si esprime in maniera straordinaria. L’”ermeneutica della continuità” richiamata da Benedetto XVI non può essere intesa altro che come un’interpretazione del Concilio Vaticano II alla luce della Tradizione, ovvero alla luce dell’insegnamento divino-apostolico che perdura in tutti i tempi e mai si interrompe.

Se si ammettesse invece che il Vaticano II fosse il criterio ermeneutico per rileggere la Tradizione, bisognerebbe attribuire, paradossalmente, forza interpretativa a ciò che ha bisogno di essere interpretato.

La lettura del Suo libro suggerisce di non sottovalutare il ruolo di Paolo VI durante il concilio e nel tempo seguente. Contro le diverse rappresentazioni che distorcono l’immagine del Papa, Lei rende visibile un Papa, che agisce in modo tutt’altro che esitante, ma che è assolutamente deciso nella consapevolezza dei suoi scopi. Questo vale soprattutto per l’influsso che il Pontefice aveva sulla riforma liturgica postconciliare.

Come valuta questo “autoritarismo” di fronte al “liberalismo” presente nel pensiero e operato di Paolo VI?


de Mattei: Questa apparente contraddizione non deve meravigliare. Nella storia della Chiesa incontriamo spesso Papi intransigenti nelle idee, ma miti nel temperamento, come il Beato Pio IX o san Pio X (“fortiter in re, suaviter in modo” era il suo motto) e altri più flessibili nella dottrina, ma più autoritari nel carattere, come Clemente XIV, il Papa che nel 1773 soppresse i gesuiti.

Quel che è certo è che, per quanto riguarda, ad esempio, la riforma liturgica, mons. Annibale Bugnini non fu l' “artefice” di essa, al contrario di quanto molti pensano, ma un fedele esecutore delle direttive di Papa Montini. Il segretario personale di mons. Bugnini, padre Gottardo Pasqualetti, mi confermò personalmente che quasi ogni giorno Paolo VI incontrava Bugnini per concordare con lui i passi, in avanti o indietro, da percorrere per realizzare la Riforma. A mio parere una seria biografia di Paolo VI è ancora da scrivere.

Il concilio e il comunismo: come giudica la mancata condanna del comunismo da parte del concilio? Quali sono state le conseguenze, innanzitutto in vista della rivoluzione culturale del 68? Si può parlare di un cambio di paradigma nella posizione della Chiesa e del suo magistero?

de Mattei: La mancata condanna del comunismo da parte di un Concilio che si proponeva di occuparsi del problemi del mondo a lui contemporaneo mi sembra un'omissione imperdonabile. La costituzione conciliare “Gaudium et spes” cercava il dialogo con il mondo moderno, nella convinzione che l’itinerario da esso percorso, dall’umanesimo e dal protestantesimo, fino alla Rivoluzione francese e al marxismo, fosse un processo irreversibile. La modernità era in realtà alla vigilia di una crisi profonda, che avrebbe manifestato i suoi primi sintomi, di lì a pochi anni, nella Rivoluzione del ’68.

I Padri conciliari avrebbero dovuto compiere un gesto profetico sfidando la modernità piuttosto che abbracciarne il corpo in decomposizione, come purtroppo avvenne. Ma oggi dobbiamo chiederci: erano profeti coloro che in Concilio denunciavano l’oppressione brutale del comunismo reclamando una sua solenne condanna o chi riteneva, come gli artefici dell’Ostpolitik, che col comunismo occorreva trovare un accordo, un compromesso, perché il comunismo interpretava le ansie di giustizia dell’umanità e sarebbe sopravvissuto uno o due secoli almeno, migliorando il mondo?

Nonostante un “atto di liberazione” negli ultimi anni – reso possibile in particolare dalle potenzialità di networking comunicativo attraverso internet, del quale anche Lei si serve in misura ampia – si può constatare quanto la parte “conservatrice” sia incapace di una resistenza organizzata e comune: una mancanza di “volontà di lotta” che Lei spesso sottolinea e che perdura sino ai giorni di oggi.

Quali sono, secondo Lei, le cause di questa situazione? Perché sembra essere così difficile contrastare il modernismo su un piano razionale, filosofico e teologico?


A mio avviso la causa principale della sconfitta dei conservatori, e la radice della debolezza della Chiesa contemporanea, sta nella perdita di quella visione teologica, caratteristica del pensiero cristiano, che interpreta la storia come lotta incessante, fino alla fine dei tempi, tra le due città agostiniane: quella di Dio e quella di Satana.

Quando, il 12 ottobre 1963, mons. Franić, vescovo croato di Spalato, propose che, nello schema “De Ecclesia”, al nuovo titolo di Chiesa “pellegrinante” fosse aggiunta la denominazione tradizionale di “militante”, la sua proposta fu rifiutata. L’immagine che la Chiesa avrebbe dovuto offrire di sé al mondo non era quella della lotta, della condanna o della controversia, ma del dialogo, della pace, della collaborazione ecumenica e fraterna con tutti gli uomini.

La minoranza progressista ottenne non tanto un cambiamento della dottrina della Chiesa, quanto una sostituzione dell’immagine gerarchica e militante della Sposa di Cristo con l’immagine di un’assemblea democratica, dialogante e inserita nella Storia. In realtà la Chiesa che soffre in purgatorio e trionfa in Paradiso, combatte in nome di Cristo sulla terra e perciò è chiamata “militante”. Il ritrovamento di questo spirito mi sembra essere una delle urgenze della Chiesa del nostro tempo.

Infine, una domanda sulla liturgia. L’arcivescovo di Colombo, Sua Eminenza Albert Malcolm Card. Ranjith, ha detto recentemente:

“Il simbolismo liturgico ci aiuta a superare ciò che è umano verso ciò che è divino. In questo, è mia ferma convinzione che il Vetus Ordo rappresenti in larga misura e nel modo più appagante - mistico e trascendente - ad un incontro con Dio nella liturgia. Per questo ora è arrivato il tempo per noi non solo di rinnovare, attraverso cambiamenti radicali, il contenuto della liturgia nuova, ma anche per incoraggiare sempre più un ritorno del Vetus Ordo, inteso come il modo per un vero rinnovamento della Chiesa, che era ciò che i Padri Conciliari seduti nel Concilio Vaticano II desideravano.

Quindi è giunto il momento per noi di essere coraggiosi e lavorare per una vera riforma della riforma e anche un ritorno alla vera liturgia della Chiesa, che si era sviluppata sulla sua bimillenaria storia in un flusso continuo. Auguro e prego che ciò possa accadere” (Lettera del 24 agosto 2011 ai partecipanti della XX Assemblea Generale della “Foederatio Internationalis Una Voce”, 5 – 6 novembre 2011, Roma).

Non c’è rinnovamento della Chiesa senza un vero rinnovamento liturgico. In che cosa consiste, secondo Lei, il significato della liturgia nella forma straordinaria del Rito Romano che dal motu proprio “Summorum Pontificum” gode di nuovo del pieno diritto di cittadinanza nella Chiesa? Si tratta veramente “di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito” (Benedetto XVI, Lettera in occasione della pubblicazione del motu proprio “Summorum Pontificum”, 7 luglio 2007) o si deve considerare la “forma” oggi “ordinaria” come “passaggio” di quel ritorno alle origini nelle quali risiede il vero futuro?


Unico è certamente il Santo Sacrificio, ma il “Novus ordo” di Paolo VI è, mi sembra, profondamente diverso, nello spirito e nella forma, dal Rito romano antico. In quest'ultimo Rito io vedo non il passato, ma il futuro della Chiesa. La liturgia tradizionale costituisce infatti la risposta più efficace alla sfida del secolarismo laicista, che ci aggredisce.

Benedetto XVI ha restituito a piena cittadinanza al Rito romano antico. Sono certo che esso conoscerà nella Chiesa e nella società nuovo sviluppo e nuovo splendore. La “Riforma della Riforma” di cui si parla ha senso e valore solo in quanto “transizione” del “novus ordo” verso il rito tradizionale, e non in quanto pretesto per l’abbandono di quest'ultimo, che deve essere mantenuto nella sua integrità e purezza.

Il problema di fondo tuttavia mi sembra quello di recuperare una visione teologica ed ecclesiologica fondata sulla dimensione del trascendente e del sacro. Ciò significa che è necessario riconquistare i principi fondamentali della teologia cattolica, a cominciare da un’esatta concezione del santo Sacrificio della Messa.

È necessario inoltre che l’idea di sacrificio permei la società nella forma, oggi quanto mai abbandonata, di spirito di sacrificio e di penitenza. Questa, e non altra, è l’”esperienza di sacro” di cui la nostra società ha urgente bisogno. Senza di essa è difficile immaginare un ritorno alla Liturgia autentica che abbia al suo centro l’adorazione dovuta all’unico vero Dio.